
Œuvre série des ouailles N°254
Mon travail dans cette série s’apparente plus à la mise
En Abymes des non-dits intrinsèques tels que Giovanni Di Pance Y Roméo
Les définit dans son ouvrage (malheureusement épuisé)
« E pericoloso sporgersi in Napoli VIII » 1951
En effet j’ai voulu serrer au plus près le transsentiment de là
Flexibilité gnostique selon Wayne Dupont 3 junior ,à travers
Une certaine idée de la frontière sémantique du doute
Hypnotricastinoréalistofreudien.
Je reconnais que cette recherche plurielle du non savoir de Marseille
Rive droite se revendique Plus de Bakounine que de Schmurz der Grosse
Tel que l’indique Sypolin de la Merodiere, mais laissons
Si vous le voulez bien parler l’œuvre.
Mon ami Alberto Tortaro s'est penché sur l'oeuvre et indique :
Il 'Pessimismo' in Leopardi e Schopenauer
di
Alberto Totaro
percorso medio
L’intera speculazione leopardiana si fonda su un generale pessimismo e sulla infelicità della condizione umana. L’uomo non è mai stato destinato ad essere felice, l’unica cosa che gli dava questa convinzione era lo stato di incoscienza in cui trascorreva la sua esistenza nell’antichità: qui egli era protetto e guidato da grandi valori, la virtù, la gloria, la grandezza.
Purtroppo, col progresso, la civiltà ci ha reso consapevoli dell’assoluta illusorietà di questi, della loro irraggiungibilità. Da quel momento non è stata più possibile per l’uomo alcuna prospettiva di serenità o felicità in vita, se non grazie ad una radicale trasformazione della società con cui si possano recuperare quelle illusioni che lasciavano all’uomo la sua fiducia e la sua speranza. Leopardi è convinto che questo ritorno sia ancora possibile o quantomeno auspicabile.
Una posizione molto simile emerge dal primo Schopenhauer, soprattutto nel "Mondo come volontà e rappresentazione". Il "velo di Maya" che impedisce di cogliere la vera realtà e che allontana l’uomo da una piena consapevolezza di questa è facilmente avvicinabile alle illusioni leopardiane. Secondo il filosofo la vita percepita per mezzo della sensibilità non è altro che sogno, anche se un sognare che obbedisce a regole precise uguali per tutti e insite nelle strutture conoscitive umane; anche qui non c’è speranza di cogliere l’illusorietà effettiva del mondo.
Leopardi supera questa posizione, che lasciava un barlume di speranza all’umanità, ben presto, con la convinzione che l’infelicità sia innata nell’uomo e non semplicemente causa del progresso. "L’anima umana sempre essenzialmente, e mira unicamente, al piacere, ossia alla felicità [...].
Questo desiderio non ha limiti perché ingenito o congenito all’esistenza, e perciò non può avere fine in questo o quel piacere, ma solamente termina con la vita [...]. L’anima amando sostanzialmente il piacere, abbraccia tutta l’estensione immaginabile di questo sentimento, senza poterla neppur concepire" (Teoria del piacere, Zibaldone).
Leopardi rivaluta quindi la società, che, pur essendo impotente di fronte ai mali dell’uomo, gli ha restituito quantomeno la dignità della coscienza. Essa deve, però, superare la lotta disperata per l’affermazione individuale che la caratterizza, per arrivare alla costituzione di un sentimento di fraternità sociale.
Lo stesso Schopenhauer sostiene che l’infelicità è innata nell’esistenza e nel mondo e anche in qualcosa di molto più profondo dell’animo umano. A governare ogni essenza vivente è un principio, una aspirazione senza fine e senza scopo, un tendere che non conduce a nessun ordine, a nessuna acquisizione definitiva, la Volontà, mero istinto.
Il mondo è in sostanza una sua oggettivazione, una sua rappresentazione, che si realizza in una serie successiva di gradi, al cui apice è l’uomo, però non per questo privilegiato, anzi, forse, proprio il più infelice.
Al grado inferiore si oggettivano le idee, riconducibili a quelle platoniche, che sono le unità universali che sostanziano la realtà. Ma non sono nemmeno queste a determinare la vera essenza dell’esistenza. La teoria della Volontà e quella delle idee confluiscono in una sola possibile conclusione: il mondo che conosciamo attraverso l’esperienza sensibile e la conoscenza intellettuale-razionale è pura illusione.
L’acquisizione della consapevolezza in un nulla governato dall’irrazionalità non può che condurre ad un pessimismo totale e radicale, con la perdita di fiducia anche nelle cose più oggettive. Perfino la storia si riduce ad una sequela di irrazionalità e follie.
La volontà di vivere in quanto puro desiderio o aspirazione è privazione, una sensazione irrisolvibile di privazione che non può essere risolta con i mezzi umani. Anche secondo Schopenhauer gli appagamenti sono inadeguati a frenare il desiderio umano, potendo generare solo un istantaneo momento di quiete che diventa presto noia.
L’esistenza si riduce quindi ad una penosa altalena tra due mali, la privazione e la noia.
Il modo più efficace di liberarci da questa infinita sofferenza, l’unico che può garantirci una liberazione dal dolore non solo momentanea è l’ascesi, che porta alla negazione della volontà di vivere in sé stessa, alla noluntas. L’esito finale è il nulla, uno stato paragonabile a quello del Nirvana delle religioni orientali, eccetto per la carica positiva che in esse gli viene attribuita. Il solo modo di raggiungerlo è la morte, paradossalmente l’unica nota di speranza nella vita.
Entrambi rifiutano la via più facile di fuga dal dolore, quella che sarebbe più plausibile, essendo per loro priva anche di implicazioni religiose, il suicidio. Leopardi non può accettarlo, soprattutto quando si è detto convinto del valore della fraternità sociale. Contraddice proprio il principio alla base di questa, esso è quasi un tradimento degli altri uomini, un loro abbandono, oltre al fatto che causa ulteriore dolore in coloro che sopravvivono.
La motivazione di Schopenhauer è ancora più sentita e profonda: chi si uccide non nega la vita in generale ma la sua particolare condizione del vivere. Il suicida esprime così il contrario di ciò che vuole dimostrare, il suo amore per la vita e considera insopportabile la situazione in cui è venuto a trovarsi. Egli poi estingue solo la propria individualità, celebrando la vittoria dell’indistruttibile volontà di vivere.
Non è comunque quello della ricerca della morte il messaggio che emerge soprattutto dal pensiero leopardiano. Proprio lui, nonostante una visione negativa e dolorosa dell’intera esistenza e di tutto ciò che in essa può rappresentare un alto ideale cui ispirarsi ci spinge proprio verso di essa, verso l’amore soprattutto della giovinezza, la stagione della vita in cui più si sogna e spera e che sempre è rimpianta...
Cela dit une analyse plus poussée sera introduite dans le prochain article.
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